Dopo 1 settimana arrivano gli appunti del viaggio

 

E’ passata una settimana dalla maratona eppure a me sembra un mese. Dell’expo tanto celermente allestito nel bel parco di San Giuliano non c’è più traccia. Restano le impalcature? Forse.

Appare impensabile una gara che noi amatori prepariamo in almeno 4 mesi di duri sacrifici s’erga e s’immerga in poco più di 2 settimane. Una sorta di fenice moderna.

La vita d’altronde di questi tempi fila più veloce del vento: ora i nostri (quelli di noi tapascioni) pensieri sono rivolti alla prossima fatica.

Tanto per fare un esempio,  credo calzi a molti, cito su tutte Reggio o Treviso … sbaglio?

Mi si consenta (citazione tanto odiata quanto utile) un tuffo nel passato ma trovo lecito affermare che nel ’94 non era così.

Ricordo ancora la mia prima volta su quei durissimi ed interminabili  14 ponti finali per concludere, in gloria, poco sopra le 3h30’. Ai piedi avevo un paio di cangianti NIKE.

Nulla a che vedere con le super ammortizzate e tecnologiche scarpe di oggi. A me che provenivo dal basket sembravano però delle superleggere rispetto ai “doposci” con i quali tanti parquet avevo calcato (fra alti e bassi come ora). Nell’hinterland c’era solo Nicola ed il suo negozio, mentre Kalenjin erano solo un gruppo etnico Keniota che nulla aveva a che fare con le vendite della famosa catena sportiva francese.

 

Quindici anni fa quando chiusi quella mia prima 42 ci vollero due settimane per riprendermi: anche se avevo 21 anni e m’ero allenato con attenzione e metodo. Mio padre m’apostrofava sempre dicendomi che a quell’età lui “saltava i fossi per lungo” mentre io massaggiavo con unguenti all’arnica polpacci e quadricipiti sperando il dolore lasciasse la smettesse di bloccarmi.

Adesso con gli aminoacidi, i massaggi mirati, i nuoto ed una dieta equilibrata sei in piedi in un battibaleno. Le gambe già il giovedì sono pronte per un medio di 30’.

 

Quindici anni fa le maratone erano come i petali di un trifoglio. Ora quelli di due margherite non bastano per numerare le attuali (semestrali s’intende). L’anno scorso sono caduto anch’io nel loro vorticoso alternarsi di date: ne ho corse 9 (senza raziocinio) perdendomi la gioia di correre.

 

Lo scorso 25 ottobre invece attraversare il ponte di barche è stato un passaggio indelebile verso il puro divertimento. Leo e Filippo m’hanno traghettato all’interno della pancia della balena (tanto per citare la strana forma ittica della nostra amata Venezia), altro che il libro di Giona.

 

Allenarmi per sorridere (finalmente) dopo 41 KM . Ascoltare, come faceva  Delvecchio ai tempi dello scudetto della ROMA, mostrando all’esterrefatto pubblico (assiepato ovunque) le mie “importanti” orecchie. Od anche scimmiottando Shrek, dopo il suo arrivo a Duloc, al termine dei suoi scontri da wrestler: pazzesco.

Quel giorno ho capito che l’importante non è il cronometro ma il tempo scandito dai battiti del cuore.

 

Sono arrivato in 3h40 ed era la mia 70°/80° maratona (francamente è un conto che non m’interessa) ed è stato come toccare il cielo con un dito. Moccia ed i suoi mielosi libri (confesso che ho solo provato a leggere quello dei 3 metri…) mi hanno fatto una pippa

 

Ai piedi non avevo più le Nike ma un paio di scarpe gialle della marca sbocciata  assieme al decathlon che dal gruppo etnico ha preso solo il nome. Oggi le gambe stanno bene ma i fossi non sono così frequenti come 3 lustri orsono.